L’orologio e non la macchina a vapore, è lo strumento della moderna era industriale

“Lewis Mumford”

Non chi comincia ma quel che persevera

(Amerigo Vespucci)

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Non chi comincia ma quel che persevera

(Amerigo Vespucci)

Dino Zei

Dino Zei (1931-2015) è stato uno dei grandi uomini dell’alta orologeria mondiale.

Prima Ufficiale della Marina Militare, poi dal 1972, amministratore delegato della “G.Panerai & figlio”, negli anni Novanta ha reinventato l’idea di orologio maschile con i modelli Luminor, Egiziano, Radiomir e Mare Nostrum, alcuni tra i segnatempo più iconici della nostra epoca.

Dino Zei ha firmato i modelli Nautilo, Notturnale, Aeronauta, Argonauta, Glauco e il bellissimo San Marco, vero e proprio vertice della collezione e forse uno degli orologi “tecnici” più belli di sempre, realizzati grazie al genio rinascimentale di Antonio Ambuchi, artigiano dell’orologeria colto e fantasioso.

Racconta Antonio Dini (tratto dal libro): “Anno 1860. Mancano ancora dodici mesi all’unità d’Italia e sessanta a Firenze capitale.

Nel capoluogo toscano Giovanni Panerai (1825–1897) apre un piccolo negozio in cui fabbrica opere meccaniche, in parte segnatempo.

La bottega, prima sul Ponte alle Grazie e poi in piazza San Giovanni, davanti al Battistero (dov’è ancora oggi) è quella di uno dei primi orologiai di Firenze, rivenditori storici di Rolex. Il nome infatti è quello di “Orologeria Svizzera”.

Il fondatore Giovanni lascia il campo a uno dei figli (Leon Francesco) e soprattutto al nipote Guido (1873–1934), che alla fine dell’Ottocento trasforma l’azienda in un’agile impresa di meccanica di precisione, con la Regia Marina come cliente principale.

Proprio alla Regia Marina vengono forniti, a partire dal 1936, alcune centinaia di orologi per gli “Incursori del Comando del 1° Gruppo Sommergibili della Regia Marina Italiana”.

Gli orologi della ditta Panerai devono essere semplici.

Sono basati su casse prodotte appositamente da Rolex, che aveva in realtà già realizzato alcuni orologi con il sistema di serraggio impermeabile “oyster” e con cassa squadrata da 47 mm e che poi manterrà alcuni concetti seminali per lo sviluppo della cassa dei suoi orologi subacquei nel dopoguerra.

Anche i primi movimenti sono realizzati da Rolex.

Gli orologi della Panerai (che cambierà più volte ragione sociale sino a diventare G. Panerai e Figlio) devono essere semplici perché devono essere funzionali.

Quadranti giganteschi per poter essere facilmente visibili sott’acqua, da indossare sulla muta, con indici luminosi grazie all’uso di una sostanza leggermente radioattiva (il Radiomir, una miscela di solfuro di zinco e bromuro di radio, brevettato nel 1916 da Panerai stesso, e poi il Luminor) e un innovativo quadrante a “sandwich”, che rende ancora più funzionale l’orologio, e la corona protetta da un ponte arcuato con chiusura a pressione, anche questo brevettato.

Oltre che per la Marina italiana, Panerai subito dopo la Seconda Guerra Mondiale produrrà anche un piccolo quantitativo di orologi per la Marina egiziana.

La fornitura si esaurisce durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’azienda negli anni successivi diventa uno dei migliori fornitori di tecnologia per la Marina militare italiana e realizza alcuni sistemi tutt’ora usati.

Tra di essi, il sistema di appontaggio ottico per elicotteri che viene utilizzato dalle navi militari italiane e statunitensi, ma anche in decine di tipologie di impianti civili.

Negli anni Novanta, a seguito della crisi del comparto militare dovuta al crollo del Muro di Berlino, Panerai cerca altre strade per diversificare le sue attività.

Alla guida dell’azienda, dagli anni Settanta, c’è un manager atipico: ingegnere e colonnello di Marina, Dino Zei è stato fortemente voluto dalla proprietà dell’azienda e dalla stessa Marina militare come garanzia del proseguimento delle attività alla morte dell’ultimo erede maschio della famiglia Panerai.

Zei intuisce la possibilità di rilanciare la G. Panerai e figlio commercializzando la marca di orologi sportivi dal grande quadrante in un momento in cui l’alta orologeria si sta riprendendo dallo shock degli orologi al quarzo e cerca nuovi modelli e paradigmi per i suoi prodotti.

Non più il “super-sottile” e piccolissimo, che dava prova delle abilità di miniaturizzazione degli orologiai svizzeri ma che era stato sconfitto dalle dimensioni nanometriche dei circuiti integrati degli orologi al quarzo.

Invece, arriva il “super-grande” con quadranti di 42, 45, persino 47 mm di diagonale.

Oggetti prevalentemente se non esclusivamente maschili, dei quali la neonata Officine Panerai è subito uno dei principali esponenti.

Dei tre principali elementi che costituiscono un orologio meccanico di lusso – diceva Dino Zei – cioè il movimento, la lavorazione di precisione della cassa e il design – abbiamo capito subito che non potevamo competere con gli svizzeri per il primo punto.

Ma potevamo realizzare orologi unici e superiori sia per i materiali e le modalità di lavorazione della cassa che per il design dell’oggetto”.

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“Così è stato: lo sforzo di innovazione di Panerai è stato quello che ha mirato a farsi forti con quel che c’era a disposizione e riuscire ad eccellere.

L’innovazione però non basta: Panerai è indebitata, mancano i soldi per finanziare lo sviluppo e la crescita degli orologi e questo neonato ramo d’azienda viene venduto al gruppo svizzero Vendôme, diventato Richemont, proprietario di decine di altri marchi di alta orologeria, che ne farà il fenomeno assoluto dei vent’anni successivi: gli orologi Officine Panerai diventano uno dei marchi più ambiti in tutto il mondo, lanciati con la fama degli Incursori italiani (e il modellino di un “maiale”, il siluro a lenta corsa o S.L.C. cavalcato dai sommozzatori della Regia Marina, diventa il gadget di serie nella confezione dei primi esemplari).

A lavorare con Zei nel momento della rinascita degli orologi Panerai c’erano stati anche Alessandro Calamai e Antonio Ambuchi, quest’ultima straordinaria e poliedrica figura di designer e artigiano, l’uomo dietro alla progettazione di decine di modelli intriganti di segnatempo, vero Enrico Salgari dell’orologeria fiorentina.

Ambuchi e altri fanno da “ponte” tra Zei e un manager ex Ferragamo, Federico Massacesi, che nel 1997 decide di mettersi in proprio e fondare una società che produca orologi per sé e per conto terzi con gli artigiani della filiera di Panerai.

Per sottolineare che si tratta di orologi realizzati guardando al contenuto e non al marchio, e anche per richiamare l’idea che sono fatti dagli “anonimi artigiani” che stavano dietro al Grande Marchio adesso diventato svizzero, Massacesi decide di chiamare l’azienda “Anonimo”.

In pochi anni Dino Zei viene attratto di nuovo nell’orbita dell’orologeria, complice anche un libro dedicato a Panerai che l’uomo scrive per fare i conti con la storia e rimettere a posto le cose: Panerai è stato molto più di un produttore di orologi per la Marina militare durante la guerra.

Anzi, gli orologi sono stati un business importante proprio perché l’azienda produceva ben altro.

Tra i due uomini, Zei e Massacesi, nasce una buona sintonia e il responsabile dello sviluppo Antonio Ambuchi progetta vari modelli marchiati “Anonimo – Dino Zei”.

E così un marchio che si stava facendo un ottimo nome come produttore di alta qualità di nicchia (orologi tra i cinquemila e i diecimila euro) riesce a diventare ancora più esclusivo.

Accanto agli orologi iconici di Anonimo (Millemetri, Militare, Polluce, Marlin e Professionale – GMT, soprattutto) si ritagliano un ruolo gli orologi pensati per Dino Zei: Nautilo, Aeronauta, Argonauta, Glauco, Notturnale e il bellissimo San Marco, vero e proprio vertice della produzione di Anonimo.

La società produce in piccoli blocchi di alcune centinaia di pezzi numerati, sperimentando con materiali diversi (è la prima a usare il bronzo delle eliche di nave per le casse o lavorazioni con tecnologie d’avanguardia).

Collabora con la Cooperativa nazionale sommozzatori (Cns), fa ricerca, sviluppa e testa assieme ai palombari che si immergono per lavoro in ambienti estremi dove pressione, acqua salmastra, idrocarburi e solventi richiedono soluzioni innovative.

Vengono prodotti nel momento migliore circa 3.500 pezzi all’anno, con movimenti Eta, Sellita, Soprod e Dubois-Depraz.

Anonimo direttamente o tramite i modelli firmati Dino Zei ha realizzato circa 96 modelli prodotti in serie limitate più varie serie speciali, per un totale di 25mila/28mila segnatempo prodotti in circa 15 anni.

L’azienda però ancora non va bene, passa di mano, viene acquistata dalla Firenze Orologi che cerca di infondere nuova vita nel quartier generale, costruito sopra il laboratorio artigiano di Lastra a Signa della famiglia Ambuchi.

Il successo è esploso quando la rete ha cominciato a seguire le celebrità che indossano gli orologi di Anonimo, scoprendo che Tom Cruise, il gruppo dei Kiss, il cantante dei Red Hot Chili Peppers, la modella Heidi Klum indossano un “Nimos”, come gli americani chiamano gli orologi di Dino Zei.

Stelle di Hollywood, cantanti o comunque celebrità che lo indossano non come sponsor ma per passione.

Dino Zei, un gentiluomo di più di 80 anni, ha continuato la sua lenta parabola.

Ammalato, rimasto vedovo dopo la repentina scomparsa dell’amata moglie Vera, viveva sul viale dei Colli di Firenze, a poca distanza da Porta Romana.

Intelligente, vivace, attento, ha avuto la capacità di intuire molto.

Il suo nome è inciso nel ricordo di migliaia di appassionati.

L’ho incontrato a Firenze attorno all’ora di pranzo del 12 aprile del 2012, a casa sua.

Mi ha portato Antonio Ambuchi, abbiamo avuto una lunga intervista che ho sbobinato e mai usato, perché mi è servita solo come contesto per un paio di pezzi scritti in quell’anno sull’azienda.

L’emozione di quell’incontro però è rimasta fortissima: la sensazione di aver conosciuto un uomo di doti non comuni, di stoffa antica, ormai non più trovabile almeno nel nostro Paese”.

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Il marchio Dino Zei

Negli anni del dopoguerra la famiglia Ambuchi di Lastra a Signa fabbrica, per conto di terzi, casse di orologi; fornendo primari clienti, tra cui BINDA di Milano, ed introducendo negli anni novanta con il Dr. Antonio Ambuchi successore della tradizione familiare, anche il montaggio della cassa, assemblandola alla componentistica che completa l’orologio.
Assieme anche alla collaborazione con un’importante artigiano fiorentino, Fabiano Alessi, capace della delicata operazione d’emboitage.
Nasce la CORO società che si avvale degli anni di esperienza degli Ambuchi assieme alle capacità meccaniche dell’Ing. Alessandro Calamai che si occupa della fabbricazione con l’Officina Meccanica di altissima precisione di Valerio e Gianluca Gervasi, e con il fratello Geometra Leonardo Calamai al montaggio e collaudo.
CORO lavora per marchi come LOCMAN,  JULIUS LEGEND, del compianto Arch. Sandro Secci (poi passata alla ULYSSE NARDIN), fino ad arrivare a vincere la gara nel 1996 per la realizzazione degli orologi PANERAI.
Quando il marchio PANERAI passa al Gruppo Vendôme (già proprietari di Cartier), la CORO, superando i test qualitativi imposti dagli svizzeri, completa la fornitura degli orologi PANERAI alla maison VLG.
Terminata questa fase l’avviamento della CORO si trasforma a beneficio dell’azienda e del marchio ANONIMO di Firenze che, oltre alla propria collezione, implementa un modello studiato per PINEIDER che tramite una società dell’Ing. Alessandro Calamai e del Prof. Paolo Cassinelli, ideatore dell’omaggio, viene regalato nel 2001 ai capi di stato partecipanti al G8 di Genova quale esemplare unico, e personalizzato, di un cronografo con il prestigioso marchio Stradivari 1715; concesso dal Museo Degli Archi di Cremona nel quale è conservato il violino Stradivari 1715 detto anche “Il Cremonese”.
Perfetto strumento suonato da violinisti come Salvatore Accardo e Sergej Krilov durante eventi organizzati sempre dall’Ing. Calamai e dal Prof. Cassinelli, ai piedi del trittico del Masaccio alla Pieve di Cascia, in onore dei caduti dell’Arma dei Carabinieri a Nassiriya o durante il tradizionale concerto RAI di Natale del 2002.
Il focus delle fabbriche meccaniche fiorentine che oggi fanno capo a Dado Seabull Nautica è dare continuità al marchio DINO ZEI, usufruendo di 60 anni di esperienza orologiera ereditata dalle persone che a vario titolo hanno partecipato alla fortuna dei Brands e delle iniziative citate in apertura, ricostruendo non una fabbrica ma una bottega sartoriale dell’orologio, ancorché artigianale nei numeri e in certi passaggi produttivi.
Nasce un nuovo modo di interpretare l’orologio.
Non più solo come prodotto meccanico di altissima precisione, bensì come risultato di capacità di particolari persone, che unitamente alla filosofia Dino Zei (qualità, precisione, pianificazione), testimoniano una storia che come ogni cosa Made in Italy, è sintesi di esperienza, gusto e tecnica.

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