Sauro Chrono

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Sauro Chrono è la nuova, straordinaria collezione firmata Dino Zei. Dominata da linee essenziali e raffinate, è il tributo di Dino Zei al mare e alle gesta di Nazario Sauro, eroe irredentista a cui deve il nome.
Prezioso nella sua semplicità, il design di Sauro Chrono è un concentrato di eleganza, avanguardia tecnica e attualità stilistica. L’oggetto perfetto, pensato per soddisfare l’esigenza estetica di un uomo nuovo, sicuro di sé e capace di affrontare le sfide della vita senza mai cedere al compromesso di facili accomodamenti pratici.
Un uomo deciso, indomito. Eroico.

I Modelli Sauro Chrono

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Acciaio

Cassa in Acciaio con quadrante nero

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Drass

Cassa in Acciaio Drass con quadrante blu

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Ox-pro

Cassa in Acciaio Ox-pro con quadrante nero

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Titanio

Cassa in Titanio con quadrante argenté-blu

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Bronzo

Cassa in Bronzo con quadrante Champagne

Caratteristiche
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Cassa 47 mm

In acciaio (Satinato, Drass, Ox-pro), Bronzo marino o Titanio

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Meccanica

Movimento cronografo Cosc Sellita

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Vetro

Vetro Zaffiro antigraffio

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Sfere

Sfere trattate Luminol

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Corona

Corona decagonale a vite in Acciaio (Satinato, Drass, Ox-pro), Bronzo marino o Titanio

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Oblò

Fondello con Oblo’ su movimento

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Quadrante

Quadrante trattato con Luminol

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Cinturino e fibbia

Cinturini in pelle con fibbia a coda di rondine lavorata cnc in Acciaio (Satinato, Drass, Ox-pro), Bronzo marino o Titanio con logo Dino Zei

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Impermeabilità

Test impermeabilità a 30 bar

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Glamour Made in Italy.

L’attenzione ai dettagli è ciò che da sempre ha contraddistinto gli orologi Dino Zei.
Abbiamo a cuore lo studio di ogni particolare che possa arricchire l’estetica e la funzionalità dei nostri prodotti, ed è per noi motivo di vanto poter affermare che questi piccoli capolavori sono totalmente disegnati, progettati e prodotti a Firenze.
L’anima fiorentina dei nostri orologi si riflette nelle maestranze gioielliere che fin dagli albori della nostra storia hanno contraddistinto tutta la produzione Dino Zei.

La corona, gusto per il dettaglio.

Ricavata interamente da un blocco pieno di acciaio,  la corona poggia su una base che la rende non solo più impermeabile ma anche più protetta in caso di urti. Si contraddistingue per la netta e precisa incisione del logo Dino Zei orologi, realizzata tramite fresatura.

corona
pulsante

La cassa, un’opera d’arte tecnologica.

La cassa, interamente disegnata, progettata e prodotta dalle maestranze interne di Dinio Zei orologi, è costruita in tre pezzi ed è interamente ricavata dal pieno grazie ad un’opera altamente tecnologica di tornitura e fresatura. La finitura di ogni componente della cassa, a riprova dell’altissima qualità del prodotto, è totalmente manuale.

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ADV Dino Zei Orologi. Comunichiamo sogni.

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Nazario Sauro
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Nazario Sauro (Capodistria, 20 settembre 1880 – Pola, 10 agosto 1916) fu comandante marittimo, patriota e irredentista italiano nativo dell’Istria, all’epoca territorio dell’Impero austro-ungarico e pertanto suo suddito.
Arruolatosi nella Regia Marina, raggiunse il grado di tenente di vascello e, durante la Grande Guerra, fu catturato nel luglio 1916 durante una missione. Condannato da una corte imperiale per alto tradimento venne giustiziato a Pola il 10 agosto dello stesso anno e per tale motivo insignito di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Fu tra le figure più importanti dell’irredentismo italiano e massimo rappresentante di quello istriano.

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Il periodo giovanile in Istria

Nazario frequentò le scuole elementari con buoni risultati e tentò in seguito, per volere del padre, gli studi ginnasiali, ma la sua vera passione rivelò presto essere il mare; passava molto del suo tempo su una barca a vela o su una lancia a remi dello storico Circolo Canottieri Libertas di Capodistria.
Il suo carattere particolarmente ribelle e gli scarsi risultati scolastici spinsero il padre a ritirarlo da scuola e a portarlo con sé a bordo delle navi. Iniziò molto giovane l’attività di marinaio che a vent’anni lo portò al suo primo comando su di una nave mercantile. All’età di 24 anni s’iscrisse alla scuola Nautica di Trieste, ove ottenne il diploma di capitano marittimo di grande cabotaggio.

Dopo essere stato al servizio di varie società di navigazione, nel 1910 passò al servizio della Società cittadina di navigazione a vapore di Capodistria. Nella sua vita di ufficiale marittimo, Sauro ha comandato diversi piroscafi tra cui il Vittor Pisani, il Cassiopea, il Carpaccio (di proprietà della famiglia Sauro), l’Oltra, il Capodistria, il Quieto e soprattutto il piroscafo San Giusto (che dopo la guerra cambierà nome in Nazario Sauro) che faceva la spola tra Capodistria e Trieste.
Durante le navigazioni nel mare Adriatico, iniziò a prendere i primi contatti con altri irredenti e a studiare e annotare ogni angolo della costa, i fondali, le insenature, le isole e le terre del Quarnaro e della Dalmazia, comprese le coste albanesi. Le navigazioni costiere, o l’ingresso nei porti dell’Istria e della costa dalmata, gli consentirono anche di raccogliere preziose informazioni sulle difese militari che l’Austria aveva realizzato e che stava predisponendo per prepararsi alla guerra, a protezione dei propri porti e lungo le coste. Egli era convinto che prima o poi avrebbe trovato l’occasione di mettere queste preziose informazioni a disposizione della Marina italiana.

 

L’ideale di Sauro

Nazario Sauro, di fede democratica e repubblicana, proveniva da una famiglia di tradizioni popolari e nella sua prima gioventù fu vicino al socialismo perché il suo animo semplice e buono e la pietà verso le classi disagiate, lo attiravano per naturale inclinazione verso questa tendenza politica. Più tardi si staccò dal socialismo internazionalista e si accostò alla democrazia sociale di stampo mazziniano che vedeva nella guerra non solo una soluzione per le terre istriane e trentine, ma la possibilità di più ampi sviluppi democratici, e si convinse che dal conflitto mondiale sarebbe uscita un’Europa di nazioni libere e indipendenti.
Lontano dalle posizioni di nazionalismo imperialista, egli era vicino a quel volontarismo mazziniano e repubblicano che ebbe nelle sue file Scipio Slataper e i fratelli Stuparich. È sempre in quegli anni che Sauro alimenterà e consoliderà il suo spirito idealistico e la sua visione di unità d’Italia, che avrebbe dovuto comprendere anche le terre d’Istria e della Dalmazia, oltre a Trento. Il sentimento patriottico di Sauro si formerà anche grazie agli insegnamenti della famiglia, in particolare della madre.

 

Cospiratore al fianco degli albanesi

Tra il 1908 e il 1913 Nazario Sauro, in conformità al principio mazziniano dell’indipendenza di tutti i popoli, svolse un’intensa attività clandestina a favore dell’Albania guidando diverse spedizioni clandestine d’ingenti quantitativi di armi e munizioni destinate agli insorti di quel paese, che aspiravano ad affrancarsi dal dominio ottomano e dall’influenza austriaca. Per svolgere queste attività clandestine, Sauro ricorse a diverse unità navali a vela, in particolare il trabaccolo Tacito, che gli fornivano amici fidati tra cui l’armatore Costante Camali.

Gli albanesi consideravano Sauro un amico fidato e sicuro, lo cercavano, gli chiedevano consigli; intorno a lui si era formato un quartier generale e Sauro li incontrava quando vi giungeva giornalmente con il piroscafo San Giusto. Nei circoli dei patrioti albanesi, Sauro era popolarissimo tanto che un influente albanese, il giurista e politico Terenzio Tocci, ebbe a dire… «Un nome, quello di Sauro, che i veri albanesi non dovranno mai dimenticare». Tanto si appassionò alla causa albanese da dare il nome di Albania ad una delle sue due figlie, ultima di cinque figli cui Sauro dette a tutti nomi patriottici e di libertà: Nino (da Nino Bixio), Libero, Anita (da Anita Garibaldi) e Italo.

 

Il trasferimento in Italia

Molte furono le occasioni in cui Sauro manifestò la sua contrarietà all’occupazione asburgica del suolo istriano e l’avversità della polizia austriaca verso ogni manifestazione di italianità.

Il 21 agosto 1913 furono emanati dal governatore di Trieste i «decreti Hohenlohe» che imponevano alle società e agli enti pubblici locali di licenziare gli impiegati italiani che non fossero sudditi austriaci.

Sauro, non potendo accettare questo programma di cancellazione dell’italianità della Venezia Giulia, entrò immediatamente in conflitto sia col governo marittimo di Trieste sia con la compagnia di navigazione ove lavorava.

Non si assoggettò mai a quella “legge anti-italiana” né si piegò alle forti pressioni dell’autorità portuale triestina.

Per tener testa a questa dovette più volte subire multe e richiami fino a che le autorità austriache, stanche delle sue attività contrarie all’Impero, nel maggio 1914 lo fecero dimettere dalla Società di Navigazione dove era impiegato. Essendo scoppiata la prima guerra mondiale nell’agosto del 1914 Sauro, che manifestava apertamente e da sempre sentimenti italiani, lasciò Capodistria il 2 settembre 1914 e in ferrovia raggiunse Venezia, dove insieme ad altri esuli sostenne l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria. Egli si pose così, in anticipo rispetto alla politica estera italiana ancora prudente e neutrale, nella duplice posizione sia di cospiratore sia di informatore; quest’ultima posizione molto rischiosa in virtù del suo essere suddito austriaco: fosse stato catturato e riconosciuto quando andava a Trieste clandestinamente, da solo o con il figlio, per portare passaporti falsi o per raccogliere informazioni militari sull’Austria, per lui sarebbe stata la forca. A seguito del terremoto che colpì la regione della Marsica il 13 gennaio 1915, Sauro fu tra i primi a partire per dare conforto e soccorso ai superstiti. Una lapide a lui dedicata è esposta dal 1931 presso il palazzo Municipale di Avezzano e un’altra in via dei Serpenti a Roma.

 

Imbarcato in missioni di guerra

Con l’entrata in guerra dell’Italia, Sauro si arruolò volontario nella Regia Marina, dove ottenne il grado di tenente di vascello di complemento (23 maggio 1915). Fu destinato alla Piazza Militare Marittima di Venezia e nelle missioni operò spesso con il nome di copertura di Nicolò Sambo allo scopo di eludere eventuali sospetti della sua reale identità in caso di cattura. Nei primi mesi propose diversi progetti di azione in territorio istriano; egli intuì col suo fare e proporre azioni e «sbarchi alla Pisacane», uno stile di combattimento che precorse i tempi anticipando i corpi speciali e gli assaltatori della Marina di cui oggigiorno si avvalgono le forze armate moderne. Le sue idee in fatto di strategia militare non andavano però d’accordo con le strategie militari italiane dell’epoca, sia per mare sia per terra, ancora arroccate su un sistema di guerra di posizione e di logorante temporeggiamento. La sua mente fervida non si esaurì nel progettare e proporre azioni di forza e di sabotaggio, ma si produsse anche in progetti tecnico-militari. Ideò e progettò una boa-vedetta-sommergibile di dimensioni tali da poter ospitare due persone per parecchi giorni che sarebbe stata adibita come posto di osservazione e segnalazione dei movimenti della flotta nemica davanti al porto di Pola. La boa, a forma ovoidale aveva tutti i congegni di un moderno sommergibile per immergersi ed emergere a volontà ed era provvista di periscopio. Per mezzo di ancora e catena avrebbe dovuto mantenersi in una posizione fissa e stabilita, rendendo facile alle torpediniere italiane di ritrovarla e rimorchiarla alla base allo scadere della missione.
In 14 mesi di attività Sauro compì oltre sessanta missioni. All’inizio del conflitto fu impiegato come pilota pratico a bordo di piccole siluranti e torpediniere in azioni e missioni lungo le coste istriane e nei canali della Dalmazia per la posa di mine per creare sbarramenti davanti ai porti austriaci o lungo le rotte costiere istriane e dalmate che utilizzavano le navi austro-ungariche quando dovevano affrontare il mare aperto. Ma già allo scadere del primo anno di guerra, il nuovo comandante delle operazioni in Adriatico, l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel cambiò strategia e impose un attivismo maggiore alle navi e sommergibili italiane, impiegandoli sempre più spesso in azioni di forza nei porti austriaci. Fu così che Sauro verrà imbarcato su navi e sommergibili in azioni di forzamento dei porti e delle basi militari nemiche di Trieste, Sistiana, Monfalcone, Pirano, Parenzo e Fiume. Nell’azione di Parenzo (avvenuta all’alba del 12 giugno 1916), che doveva portare al bombardamento delle aviorimesse dalle quali partivano gli idrovolanti in direzione Venezia, Sauro era imbarcato sul cacciatorpediniere Zeffiro, che entrò nel porto austriaco ormeggiandosi grazie all’aiuto che venne dato da tre sentinelle austriache cui Sauro si era rivolto in lingua veneta per agevolare le operazioni di ormeggio della nave italiana; da uno dei tre gendarmi che fu catturato, Sauro riuscì a farsi indicare l’ubicazione degli hangar.
L’azione di fuoco italiana che ne seguì portò alla distruzione dei velivoli e delle aviorimesse. I comandi militari italiani si avvalsero di Sauro anche per interrogare i prigionieri austriaci, dai quali riusciva a ricavare notizie sulle operazioni che l’Austria stava organizzando contro il territorio italiano. Con i sommergibili eseguì diverse missioni di guerra: sullo Jalea, ad agosto 1915 e sul sommergibile Pullino (4 luglio 1916) col quale attuò una ricognizione offensiva nel golfo di Fiume che portò al danneggiamento di un mercantile austriaco, il San Marco. L’azione condotta con il sommergibile Atropo (3 e 4 giugno 1916) condusse all’affondamento del piroscafo Albanien, adibito a trasporto truppe, materiale bellico e viveri.

 

L’ultima missione

Il 30 luglio 1916, in qualità di ufficiale di rotta, si imbarcò a Venezia sul sommergibile Giacinto Pullino con il quale avrebbe dovuto effettuare un’incursione su Fiume, ma l’unità, spostata improvvisamente dalla corrente, andò ad incagliarsi sullo scoglio della Galiola. Risultati vani tutti i tentativi di disincaglio, distrutti i cifrari di bordo e le apparecchiature e predisposta per l’autoaffondamento, l’unità fu abbandonata dall’equipaggio e Sauro, allontanatosi volontariamente da solo su un battellino, venne intercettato dal cacciatorpediniere nemico e fatto prigioniero.
Alla cattura seguì il processo nel tribunale della Marina austriaca di Pola. Dopo aver dichiarato la falsa identità di Nicolò Sambo, Sauro venne riconosciuto dai concittadini Giovanni Riccobon, Giovanni Schiavon, dal cognato Luigi Steffè, maresciallo della Guardia di Finanza austriaca[7][8]. Infine, il confronto drammatico con la madre che, pur di salvarlo dalla forca, negò di conoscerlo (Anna Sauro Depangher morirà di crepacuore nel 1919). La condanna alla pena di morte per alto tradimento, tramite impiccagione, fu eseguita nelle carceri militari di Pola il 10 agosto 1916.
In Italia si venne a sapere della morte di Sauro solo 18 giorni dopo, il 28 agosto: alla famiglia, che viveva a Venezia, la notizia fu portata da certo Silvio Stringari, mazziniano, repubblicano, giornalista e redattore del “Gazzettino”, cui Sauro aveva affidato nel maggio 1915 due lettere, una diretta alla moglie Nina e l’altra ai figli, con la promessa che in caso di morte le avrebbe consegnate alla famiglia.
Gabriele D’Annunzio, quando seppe dell’impiccagione di Nazario Sauro e venne a conoscenza del contenuto delle lettere, chiamò Stringari dicendogli: «L’ho incomodata ma sono certo di essere perdonato quando ella sappia che si tratta del glorioso Nazario Sauro, che prescelse lei a depositario delle due mirabili lettere-testamento, destinate una alla moglie e una al figlio Nino. Io intendo illustrare ed esaltare la figura del Martire». Le due lettere originali sono conservate presso il Museo Centrale del Risorgimento al Vittoriano a Roma.

 

« Caro Nino, tu forse comprendi od altrimenti comprenderai fra qualche anno quale era il mio dovere d’italiano. Diedi a te, a Libero ad Anita a Italo ad Albania nomi di libertà, ma non solo sulla carta; questi nomi avevano bisogno del suggello ed il mio giuramento l’ho mantenuto. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre, e su questa patria, giura o Nino, e farai giurare ai tuoi fratelli quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani! I miei baci e la mia benedizione. Papà. Dà un bacio a mia mamma che è quella che più di tutti soffrirà per me, amate vostra madre! e porta il mio saluto a mio padre. »

(Nazario Sauro, Venezia, 20 maggio 1915 – Lettera testamento ai figli)

« Cara Nina, non posso che chiederti perdono per averti lasciato con i nostri cinque bimbi ancora col latte sulle labbra; e so quanto dovrai lottare e patire per portarli e lasciarli sulla buona strada, che li farà proseguire su quella di suo padre: ma non mi resta a dir altro, che io muoio contento di aver fatto soltanto il mio dovere d’italiano. Siate pur felici, che la mia felicità è soltanto quella che gli italiani hanno saputo e voluto fare il loro dovere. Cara consorte, insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo. Nazario. »

(Nazario Sauro, Venezia, 20 maggio 1915 – Lettera testamento alla moglie Nina)

 

La sepoltura al Tempio Votivo del Lido di Venezia

Dopo l’esecuzione, avvenuta alle 19 e 45, il corpo di Nazario Sauro fu sotterrato di notte e in maniera segreta dagli austriaci in area sconsacrata nei pressi del cimitero militare. Solo al termine della guerra la Marina italiana riuscì a sapere il luogo ove era stato sepolto e provvide a riesumarne la salma e alla sepoltura, in forma solenne, avvenuta il successivo 26 gennaio nel cimitero di Marina di San Policarpo a Pola. In quell’occasione, il capo di stato maggiore della Marina, grande ammiraglio duca del Mare Paolo Thaon di Revel emise il seguente ordine del giorno:

« L’Austria profanatrice aveva sotterrato come cosa vile il sacro corpo di Nazario Sauro in un angolo dimenticato di Pola irredenta e sanguinante. Oggi nel cimitero di Pola nostra, noi, Marina Italiana, abbiamo sciolto la promessa fatta alla memoria del nostro più grande Eroe del mare, dandogli in modo degno degna sepoltura. Un masso di granito semplice e puro come la Sua anima, forte come la Sua fede, ricopre le Sue spoglie e sta a indicarci nei secoli la grandezza della Patria. »

L’impiccagione di Sauro ebbe subito, ancora a guerra in corso, un’eco internazionale contraria alla politica di casa d’Austria. Nel merito, lo storico Charles Upson Clark, professore di storia alla Columbia University di New York, ebbe a scrivere: «C’è una nobile serie di personalità italiane provenienti dall’Istria, la cui gemma è Nazario Sauro di Capodistria, il fedele marinaio che allo scoppio della guerra donò all’Italia la sua conoscenza delle coste e dei porti istriani, e contro cui l’Austria diede libero sfogo alla propria vendetta, come aveva fatto con Cesare Battisti, già deputato di Trento».

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale l’Istria passerà sotto la giurisdizione della Jugoslavia e Pola, come gran parte della Venezia-Giulia, dovrà essere forzatamente lasciata dagli italiani. Anche la bara di Sauro, avvolta nel tricolore, lascerà Pola a bordo della motonave Toscana, in direzione Venezia, seguendo la sorte di migliaia di esuli. L’esumazione e traslazione della salma di Sauro dal cimitero militare fu coordinata dall’Associazione Partigiani Italiani di Pola. Dal 9 marzo del 1947 Nazario Sauro riposa nel Tempio Votivo del Lido di Venezia, dedicato a tutti i Caduti della Grande Guerra.

 

Onorificenze

Al termine del primo anno di guerra, durante il quale compì 49 missioni, Sauro ottenne la medaglia d’argento al valor militare e gli fu conferita l’onorificenza di cavaliere della Corona d’Italia.

Medaglia d’oro al valor militare alla memoria – nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’oro al valor militare alla memoria

«Dichiarata la guerra all’Austria, venne subito ad arruolarsi volontario sotto la nostra bandiera per dare il contributo del suo entusiasmo, della sua audacia ed abilità alla conquista della terra sulla quale era nato e che anelava a ricongiungersi all’Italia. Incurante del rischio al quale si esponeva, prese parte a numerose, ardite e difficili missioni navali di guerra, alla cui riuscita contribuì efficacemente con la conoscenza pratica dei luoghi e dimostrando sempre coraggio, animo intrepido e disprezzo del pericolo. Fatto prigioniero, conscio della sorte che ormai l’attendeva, serbò, fino all’ultimo, contegno meravigliosamente sereno, e col grido forte e ripetuto più volte dinnanzi al carnefice di «Viva l’Italia!» esalò l’anima nobilissima, dando impareggiabile esempio del più puro amor di Patria.»

— Alto Adriatico, 23 maggio 1915 – 10 agosto 1916

La medaglia d’oro al valor militare alla memoria gli fu conferita motu proprio dal re Vittorio Emanuele III con decreto del 20 gennaio 1919 e consegnata alla madre di Sauro, a Pola, il 26 gennaio 1919 in occasione della esumazione della salma e successiva sepoltura nel cimitero marina.

 

Monumenti e dediche

Sauro è ricordato nel popolare canto La Canzone del Piave, citato assieme a Guglielmo Oberdan e Cesare Battisti, e nel film Fratelli d’Italia (1952). Circa venti unità navali militari o mercantili e un aereo militare portarono il nome di Nazario Sauro; tra queste un cacciatorpediniere della Regia Marina (varato nel 1925), il sottomarino S518 (varato nel 1976) e il velivolo di Gabriele D’Annunzio (donato dai giuliano-dalmati nel 1918). Il sottomarino Nazario Sauro, in disarmo dal 2002, è stato donato dalla Marina Militare al Comune di Genova e da maggio 2010 è divenuto un museo galleggiante visitabile presso il museo del mare Galata.
In molte città italiane vi è una piazza, una via, un lungomare o altro intitolati a Nazario Sauro. Tra i luoghi più belli e importanti, via Nazario Sauro a Napoli, Campo Nazario Sauro a Venezia nel sestiere di Santa Croce, il lungomare Nazario Sauro a Bari (in quanto finanziò la bonifica del litorale del capoluogo pugliese), la banchina Nazario Sauro ad Ancona, la Diga Nazario Sauro a Grado, riva Nazario Sauro a Trieste, il ponte Nazario Sauro all’Ortigia (Siracusa), il porticciolo Nazario Sauro a Livorno, la caserma Nazario Sauro in via Lepanto a Roma.
A Capodistria fu eretto un monumento a Nazario Sauro, opera dello scultore Attilio Selva e dell’architetto Enrico Del Debbio; inaugurato il 9 giugno 1935 alla presenza del re Vittorio Emanuele III, fu smantellato dal comando militare tedesco di Trieste il 22 maggio 1944 e le statue mandate in fusione dagli iugoslavi al termine della 2ª guerra mondiale.
Il 10 agosto 1966 è stato inaugurato a Trieste, presso la Stazione marittima, in piazzale Marinai d’Italia, un nuovo monumento a lui dedicato, opera dello scultore Tristano Alberti, sul cui basamento è inciso: Nazario Sauro figlio dell’Istria eroe d’Italia.
A San Giorgio di Nogaro (Udine) fu eretto in via Nazario Sauro un cippo in pietra bianca forgiato a mo’ di timone a pala di nave. Su un lato della struttura è riportato lo stemma dei sommergibilisti; ai piedi si trova un’ancora in metallo. Sul bordo anteriore del timone è riportato a grandi lettere la scritta “N. SAURO”. Un busto di Nazario Sauro fu eretto a Marina di Ravenna (RA) in prossimità della curva del canale Candiano, di fronte alla caserma della Guardia di Finanza. La base in marmo riporta i nomi dei sommergibili italiani che fecero base o partirono da Porto Corsini (ora Marina di Ravenna) per azioni di guerra nel conflitto 1915/1918.

Intervista al Comandante dei Sommergibilisti

L’esperienza inizia con un caloroso e cordiale benvenuto da parte del capitano di vascello Mario Berardocco, comandante del COMFLOTSOM, e del capitano di fregata Antonio Tasca, capo cellula pubblica informazione, che per tutta la mattina ci accompagnano e si prodigano in spiegazioni.
Sin da subito veniamo introdotti nella sala museale, piccola ma che raccoglie pezzi di inestimabile valore storico, militare ed anche industriale (quali i disegni del “Delfino”, primo sommergibile italiano risalente addirittura al 1892).

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In questo angolo di storia, non c’è solo di che esser fieri per l’intuito tecnologico: c’è soprattutto il ricordo vivo di tanti atti di eroismo e sacrifici che i sommergibilisti non hanno mai dimenticato e che contraddistinguono la loro storia.

Il fatto stesso che la nostra visita inizi proprio da qui, testimonia quanta importanza abbia questa ultracentenaria storia e quanto questi valori di abnegazione e spirito di sacrificio siano tuttora attuali ed alla base dell’etica di questi Uomini del mare.

Sì, Uomini del mare, perché ancor prima di essere ufficiali e comandanti di uomini e mezzi militari altamente tecnologici, c’è nel Loro cuore un filo sottile che li lega a chiunque spenda la sua vita nel gigante blu, fosse anche il più umile dei pescatori.

E questo li rende ancora più meritevoli di ammirazione.

Questo momento iniziale della nostra visita si presta bene per qualche aneddoto, e così approfondiamo i dettagli della portaerei americana a portata di siluro durante l’esercitazione CONUS.

Beh, quella esercitazione ha dimostrato che i nostri sottomarini classe Todaro (batch I e II) quando arrivano nell’area operazioni non hanno nulla da invidiare, per efficacia, a sottomarini nucleari in forza a Paesi dotati di risorse economiche tali da permettere continui investimenti alla Difesa.

Lo sanno bene i tedeschi, che condividono con la nostra Marina Militare lo stesso tipo di “battello” (come lo chiamano i comandanti che ci hanno dedicato il loro prezioso tempo), i ricambi e persino l’addestramento.

Nel 2012, infatti, un loro equipaggio è stato addestrato qui a Taranto.

…E lo sanno anche gli americani, dopo aver visto la fotografia di quella loro portaerei, scattata dal periscopio del nostro sottomarino in posizione di fuoco, che oltre a dimostrare di essere riusciti ad eludere la protezione di un’intera Squadra Navale di quella che è ritenuta essere la forza navale più potente del mondo, è riuscita persino a strappare ad un alto ufficiale dell’U.S. Navy un fraterno sorriso di compiacimento di sommergibilista (sorriso immediatamente “ritrattato” rientrando nel rigore confacente allo proprio status di appartenente allo Stato Maggiore).

I nostri anfitrioni ci spiegano quindi l’organizzazione, i compiti e la dotazione della componente sommergibilistica, descrivendo anche caratteristiche tecniche dei mezzi e soprattutto gli attuali ruoli e missioni dei nostri sottomarini.

E qui ci rendiamo veramente conto di quanto questo mezzo possa essere efficace per i più differenti impieghi quotidiani, andando ben oltre il suo primo, evidente ruolo di prima linea d’attacco.

O meglio, per dirla con parole Loro, l’evoluzione dell’impiego del sottomarino è il passaggio da semplice vettore per un’arma, a “Sensore Avanzato”.

I nostri quotidiani non ne parlano, ma c’è un intenso lavoro subacqueo (subacqueo in senso lato, dal momento che molte sono indagini coperte da vincoli di riservatezza) indispensabile per preparare, mettere a punto e supportare l’intervento più idoneo al caso.

Grazie alla capacità di occultamento sia di tipo ottico che radar, elettromagnetico, infrarosso e acustico, unita alla possibilità di trasmettere dati in tempo reale (immagini, video, segnature elettro/acustiche captati da periscopio, videocamera I/R, AIS, idrofono, ESM SATCOM), i nostri sottomarini sono oggi il mezzo più idoneo per consolidare i loro compiti originari (Sea Control, Sea Denial e Supporto a Forza Navale) a cui oggi se ne aggiungono di nuovi e importantissimi che vanno ben oltre l’immaginario, anche per finalità svincolate dall’impiego tattico.

Fra questi:

– Presenza e sorveglianza occulta (ISR). Ruolo strategico “on site” di investigazione e protezione, anche in collaborazione con altri Enti istituzionali e Forze di Polizia.

– Indications e Warning (I&W), ruolo oggi particolarmente utile per la tracciatura, fino all’arresto e l’effettiva identificazione individuale di scafisti e pirati.

– Monitoraggio di traffici e trasbordi illeciti, lotta al terrorismo e a reati ambientali.

Vi sono poi le operazioni speciali (SPECOPS) che possono andare dal soccorso sottomarino al supporto di altri Corpi di Polizia e Forze Armate, anche con trasporto di attrezzatura speciale.

Ultimi, ma solo per ordine di trattazione, gli importantissimi contributi scientifici (oceanografici, meterologici, con riferimento alle applicazioni ed inerenti all’acustica subacquea ed i rilievi ambientali sottomarini, utili per lo studio dei cetacei e dell’evoluzione delle loro abitudini vitali.

Per essere all’altezza di tutti questi compiti sono fondamentali il supporto Tattico e Logistico e un addestramento adeguato di tutto il personale coinvolto in queste attività..

Abbiamo già accennato alla collaborazione con la Germania in materia di ricambi per i sottomarini classe Todaro, di cui anche la Germania è dotata.

I rapporti in tal senso sono talmente buoni da poter quasi considerare l’esistenza di una vera e propria condivisione delle risorse logistiche, nelle rispettive strutture, che sono particolarmente strutturate in virtù dei materiali speciali in esse custodite..

La nostra visita prosegue invece proprio con il Reparto Formazione e Addestramento (Scuola Som) ed anche per questo tipo di struttura abbiamo già accennato alla collaborazione già fornita alla Germania.

Qui gli equipaggi in addestramento compiono un percorso teorico-pratico che parte con il Tirocinio Basico Sommergibili e prosegue con una formazione specifica differenziata per ruolo.

Il sommergibilista frequenterà numerosi corsi per poter svolgere efficacemente ed in sicurezza tutti i successivi incarichi di bordo. …E per diventare comandante di un sommergibile, occorre aver ricoperto ogni incarico di bordo previsto per gli ufficiali.

La vastità dell’addestramento è tale che al comandante in seconda di un sottomarino sono previste competenze mediche tali da poter eseguire un’appendicectomia, con il solo aiuto dell’infermiere di bordo… E non stiamo parlando di un ufficiale medico!

Le strutture addestrative permettono di essere preparati per ogni situazione, ordinaria e di emergenza.

Un simulatore “Rush escape” ed uno di uscita individuale permettono di mantenersi allenati con le procedure di evacuazione di emergenza.

Una camera allagabile attrezzata anche con generatori di fumo (detto simulatore “Falla e fumo”) e di respiratori individuali permette di allenarsi a saper analizzare e risolvere problemi gravi ma non irrecuperabili.

Visitiamo, poi, le sale addestrative Computer-Based-Training, la sala multimediale e quelle strumentate in modo identico al sottomarino vero per permettere ad ufficiali e sottufficiali di acquisire dimestichezza con i vari impianti e sulle loro procedure operative, senza dover andare in navigazione con il battello vero.

Ritroveremo queste stesse apparecchiature nella loro stessa identica disposizione, prima sui simulatori, poi sui sottomarini “Gazzana”e “Todaro” che ci attendono ai pontili.

Ma prima di visitare questi nostri due battelli, dopo averci illustrato anche il simulatore del “classe Sauro”, il comandante in capo di COMFLOTSOM ci omaggia di presenziare a una breve simulazione di immersione con sottomarino un “classe Todaro”, eseguita sotto il suo comando.

Notevole la sensazione di realismo: quasi scendiamo dal simulatore con il mal di mare (ed era solo forza 4!)

Quello che più impressione e galvanizza è osservare il perfetto funzionamento della “catena di comando”, ossia la precisa esecuzione degli ordini (previa verifica) da parte di tutte le figure professionali coinvolte nella conduzione di uno dei sottomarini più moderni d’Europa, per quanto di propria competenza, ad ogni singolo ordine del comandante.

Faccio un parallelo con il mondo aeronautico, che ben conosco e ritrovo qualcosa di familiare (non solo la produzione da parte dalla AVIO di Torino del simulatore “classe Sauro”), ma tutto è molto più complesso. Trovo semplicemente fantastico vedere tutti questi uomini che sanno perfettamente cosa fare, ognuno per quanto di propria competenza, nel contesto di un lavoro di squadra unico, con assoluta precisione.

Colpisce soprattutto la sicurezza e naturalità del comandante nell’ordinare discese, virate e cambiamenti di velocità di un mezzo che si muove con occhi di pipistrello in un ambiente vivo e dal fondale non infinito e irregolare. Sembra quasi che il comandante “indossi” un sottomarino da guerra come una seconda pelle, e noi di essere stati catapultati dentro una delle scene di “Caccia ad Ottobre Rosso”, ben restando consapevoli di non essere su un set cinematografico!

Scesi dal simulatore ci aspetta la visita della sala dove avviene il “de-briefing” che segue la missione simulata.

E anche qui troviamo qualcosa di molto simile a quello visto in ambiente aeronautico, e più precisamente al 61° Stormo dell’Aeronautica Militare per l’M-346. Una struttura quasi uguale per struttura e impostazione tecnologica , costituita da una sala perfettamente attrezzata per rivedere la missione appena simulata, valutare parametri funzionali e indicazioni strumentali, per evidenziare eventuali aree di perfezionamento.

E finalmente ci avviamo verso il molo.

Qui visitiamo due esponenti della nostra flotta sommergibili: uno per classe.

Per la classe Sauro, ci aspetta il “Gazzana”. Sempre emozionante il rito dei saluti fra il comandante del COMFLOTSOM che ci guida e del comandante del sottomarino che ci accoglie a bordo con estrema cordialità.

Si notano gli oltre 40 anni del progetto, soprattutto sul fronte dell’ergonomia, ma per molti dei compiti che abbiamo descritto è a tutt’oggi un mezzo adeguato.

Notiamo sin da subito certe soluzioni di altri tempi (quali le brande poste esattamente sopra i siluri) e ci permettiamo anche di fare un accostamento con l’U-boat esposto al Deutsche Museums di Monaco.

Vediamo anche l’impianto moto propulsivo: 3 motori diesel ed 1 motore elettrico, ovviamente non presente sul simulatore, così come non lo è la saletta in cui si svolgono tutte le attività umane, in navigazione quando non impegnati al proprio posto di manovra.

Considerando che abbiamo già visto la plancia di governo sia nelle aule tecniche sia al simulatore, il suo aspetto ha già quasi un aspetto familiare, a dimostrazione della efficacia del sistema formativo messo a punto.

E questo ci permette perfino di non chiedere altri dettagli tecnici, anzi, di concederci due chiacchiere nella saletta di cui sopra, a riguardo della filmografia cinematografica riguardante il mondo dei sottomarini, da K-19 a Caccia a Ottobre Rosso, passando per l’indimenticabile U-boot 96.

Ma troviamo anche il tempo per parlare della acquisita capacità del COMFLOTSOM di effettuare in proprio alcune piccole riparazioni, senza dover ricorrere a cantieri esterni. D’altra parte occorre fare di necessità virtù e così, come l’età media degli equipaggi è cresciuta, anche sul fronte delle economie gestionali qui a Taranto hanno saputo far un eccellente lavoro.

Lasciato il Gazzana e saliti sul Todaro, la percezione di quasi mezzo secolo di progresso tecnologico è immediata.

Da “civili”, la prima cosa che notiamo è lo spazio “umano” disponibile. Ma da tecnici, ogni dettaglio illustratoci conferma il progresso tecnologico. Giusto per citarne qualcuno, l’apparato propulsivo (un solo motore Diesel e una macchina elettrica gigantesca), l’impianto di propulsione a celle di combustibile del tipo AIP (Air Indipendent Propulsion), la costruzione in acciaio alto resistenziale amagnetico, il lancio iniziale dei siluri che avviene con impulso ad acqua per ridurne la tracciabilità acustica.

Rammarichi dopo questa visita? Sì, due.

Il primo di esserci accommiatati da persone di cui essere veramente orgogliosi di aver avuto il privilegio di conoscere.

Il secondo di non vedere lo stesso entusiasmo di quei giovani che ballano sulle note di “In the Navy”, nell’avvicinarsi a professioni come quella del sommergibilista, più che altro per il loro lasciar intentata la strada verso una vita ricca di soddisfazioni e di valori “veri”.